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Surovo vreme / Misljenje Centra Tito o pitanju Kosova

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Tempi crudeli

L'opinione del Centro Tito riguardo al problema del Kosovo


La realtà che riguarda la Serbia è crudele. Non si può continuare "a nascondere la testa sotto la sabbia" e trattenere il popolo con delle questioni e problemi meno importanti (colloqui sulla stabilizzazione e adesione all'EU, arresto di Mladić, referendum in Montenegro, Partenariato per la pace, ecc.), mentre invece, su temi importanti come è quello del Kosovo, si esprimono supposizioni e si fantastica su "cosa sarebbe stato se fosse stato possibile". Oppure si usa il linguaggio dei rebus e del mistero, come fa Vuk Drašković: "Più autonomia, meno indipendenza". Oppure, si continua a ripetere l'argomentazione, ormai logora, per cui "il problema del Kosovo non può essere risolto violando i principi basilari delle leggi internazionali e distruggendo un paese sovrano, trasformando un'intera regione in un buco nero ed in un problema per l'Europa", creando l'impressione che si stia lavorando su un tema seriamente, mentre purtroppo i risultati non arrivano, visto che nel mondo d'oggi tutte le liti si risolvono con la violenza!

Alla gente bisogna dire come realmente stanno le cose e cosa faremo per riuscire a difendere il Kosovo.

Risposte semplici e concrete sono l'unica opzione in queste circostanze. Le possiamo trovare nei pensieri e nelle parole della gente comune di strada, nelle numerose inchieste e sondaggi dell'opinione pubblica, e soprattutto nell'opinione della gente che ancora vive in Kosovo oppure nei campi profughi in Serbia.



Avrà la Serbia la volontà di "difendere il Kosovo con tutti i mezzi"?

Nel conflitto riguardo al Kosovo la questione principale odierna non si pone in merito al suo "status definitivo", perché gli Stati Uniti hanno già deciso che esso dovrebbe diventare indipendente, ma piuttosto se la Serbia avrà la volontà di "difendere il Kosovo con tutti i mezzi" e, in fin dei conti, quale sia il significato di questi "tutti i mezzi"? E questo significherà che difenderemo i 10.000 chilometri quadrati più preziosi del nostro territorio perfino con le armi? Sono pronti i Serbi a sparare? Questo rappresenta un enigma per gli Americani e perciò loro posticipano il rendere pubblica questa decisione, si destreggiano e ci girano attorno. Questo dimostra che, dopo le esperienze con l'11 Settembre, i talebani ed i guerriglieri iracheni, temono per la vita dei loro soldati in Kosovo.  Dovranno tenere i loro soldati in Kosovo per lungo tempo ancora. Soltanto questa paura può costringerli a modificare la loro decisione sul Kosovo indipendente. 
Nella ricerca di una soluzione per il problema kosovaro, i Serbi del Kosovo, con la loro fermezza nel difenderlo, rappresentano il nostro argomento principale.

Per quanto riguarda la guerra, esaminando meglio la situazione, la Serbia ed i Serbi sono già in guerra. Senza volerla e senza una propria intenzione. Gli Americani indussero una situazione di guerra tramite la rivolta armata dei balisti (dal nome del movimento “Balli Kombetaer”, nazionalista pan-albanese e collaborazionista delle truppe occupanti, sorto nel corso della II Guerra Mondiale, dnt) a Drenica in 1998 - e questa, senza interruzioni, dura tuttora. Meglio di ogni altro, questo lo sanno i Serbi del Kosovo i quali non hanno dubbi sul fatto se le circostanze in cui si trovano siano la manifestazione di una guerra che è in corso o meno. Il livello della lotta armata varia tra l'alta intensità (rivolta, soffocamento della rivolta, evacuazione di popolazione albanese verso Albania e Macedonia, effettuata da americani e UCK, combattimenti dell'esercito jugoslavo di frontiera con le forze introdotte dall'Albania, bombardamento della RF di Jugoslavia, nuovo trasferimento di popolazione albanese da Albania e Macedonia verso il Kosovo, fuga di popolazione serba dal Kosovo verso Serbia, massiccio attacco dei balisti contro la popolazione serba e la Chiesa avente come obiettivo l'espulsione del resto di Serbi - marzo 2004 – come condizione nella soluzione dello status finale per il Kosovo) e periodi, più lunghi, di tregua, spesso interrotti con singoli assalti armati contro i Serbi e i loro beni.

Questa è una strana guerra – c'è soltanto una parte che assale ed uccide, la parte albanese, mentre la parte serba sopporta le perdite, si lamenta e protesta durante manifestazioni e funerali. Solo nel marzo del 2004 i Serbi dimostrarono di possedere armi e di saperle usare. Secondo i dati dei giornali, gli Albanesi hanno così subito le perdite più grandi: 11 Albanesi uccisi in confronto con 8 Serbi (nel marzo 2004, ndt).



Una mentalità succube del potere

Fino ad oggi non abbiamo saputo che cosa pensi il governo della Serbia riguardo alla guerra per la difesa del Kosovo.  La dichiarazione "difenderemo il Kosovo con tutti i mezzi" è incomprensibile, perché con il termine "tutti i mezzi" questo governo non intende le armi, che normalmente, da che mondo è mondo, sono contemplate. Il suo ultimo asso nella manica è la diplomazia. Esaminando chi sta alla guida del nostro coro diplomatico, ci viene voglia di smettere di pensare al Kosovo. Non ho intenzione di affermare che questi altri mezzi (negoziati, lobbying internazionale, ricerca delle alleanze) non siano necessari ed importanti, però sono esauriti come tali. Ci troviamo dinanzi al fatto che gli Stati Uniti, alla fine del 2006, proclameranno lo Stato indipendente del Kosovo, e noi dovremo dare una risposta concreta a questo.

Nessuno intende negare il detto secondo cui soltanto uno stupido "tira subito" con l'arma e trova piacere nello stato di guerra. Però, colui il quale, mentre gli sparano, reagisce con un commento o con una manifestazione, è uno stupido ancor più grande. 
Questi dovranno tenersi lontani dal Kosovo. Ancora più lontano bisognerebbe cacciare quelli che dicono che "i Serbi hanno già combattuto loro guerre" (G. Svilanović), oppure che "sul Kosovo non decide il nostro popolo, ma le grandi potenze" (B. Tadić), oppure che "è prevalsa l'opinione che questa volta il più forte detterà le leggi, la giurisdizione sarà determinata dalla forza" (V. Drašković). Con tali esempi perderemo molto di più che non il solo Kosovo.

Sono dell'opinione che il nostro governo abbia una mentalità suddita, il che è una regolare caratteristica di nostra classe borghese, dalla quale proviene anche questo governo. Saprà esso trovare la forza per mostrare un comportamento statale oppure capitolerà e tradirà come quello nel 1941? Ho il presentimento che si verificherà la seconda possibilità! Gli Americani già tengono la loro "quinta colonna" al vertice della Serbia. Non c'è bisogno di nominarli – con le loro dichiarazioni arrendevoli, li  sentiamo quotidianamente.

Nel pieno fervore della battaglia per il Kosovo, questo governo si dimostra imbelle e disfattista. Emana la Legge per l'amnistia delle reclute (2000 di numero) che erano sfuggite al servizio militare; invece di strombazzare ai quattro venti la celebrazione del 9 Maggio, Giorno della Vittoria, ricordando la liberazione del Kosovo dagli occupatori e dai balisti alla fine del 1944 e la sua restituzione alla madre Serbia, il governo ci ha "dormito sopra"; e così via.

Ecco perché io ritengo che a questa decisione, su come difendere il Kosovo, dovranno arrivare i Serbi del Kosovo, e  sono dell'opinione che in tale impresa li dovrà appoggiare la Serbia tutta intera.



Banditismo giuridico, militare e giornalistico

Per avere successo in una guerra, è di fondamentale interesse conoscere il nemico, le sue qualità e difetti. Se non le conosci, hai poche possibilità di successo. Te la passerai ancora peggio se non sei neanche capace di identificare il nemico. Questo è il nostro caso. Il nostro Comando supremo, nel caso lo abbiamo davvero, sembra non sapere nemmeno questo.

Con chi, dunque, sarebbe in guerra la Serbia? Molti pensano che lo sia con gli Albanesi. Risposta sbagliata! Anche loro sono vittime. Neppure questa UCK ha granchè di combattenti. Sono stati loro i primi a fuggire in Albania nel 1998, prima ancora della popolazione civile. Il loro ultimo eroe, A. Jašari, giace nel cimitero del villaggio di Prekazi. Loro sono figurine sul "campo di battaglia", che vengono mosse dal Pentagono come dimostra la dichiarazione di Madeleine Albright ("Welt", settembre 2005): "La guerra in Kosovo è la nostra guerra. Clinton ed io la volevamo. Dovevamo utilizzare la forza militare americana per fermare la pulizia etnica e far tornare i Musulmani in patria". Lo stesso, naturalmente, diceva la dichiarazione dell'allora Ministro della Difesa degli Stati Uniti, V. Cohen, prima del bombardamento della RF di Jugoslavia: "Mancano 100.000 uomini... Probabilmente sono stati uccisi." Gli Albanesi a loro non importano un corno. Hanno sfruttato la situazione in questa regione per collaudare un nuovo tipo d'intervento armato senza approvazione del Consiglio di Sicurezza ONU, e per distruggere, utilizzando la guerra come metodo, la parte rimanente, e neanche tanto piccola, della precedente RFS di Jugoslavia, paese socialista autogestito, guida autorevole del movimento dei paesi Non Allineati, che rappresentò un spina nell'occhio di questa gente per decenni.

Alexander Cobery, analista politico americano, avrebbe scritto alcuni anni più tardi: "Il banditismo giuridico, militare e giornalistico, che ha accompagnato l'avventura irachena sin dal suo inizio, è stato sperimentato nei Balcani alla fine degli anni Novanta".


Perché gli Americani si sono accaniti contro la Serbia?

Si tratta di ragioni ideologiche. La Serbia è una parte della ex-RFSJ. Il socialismo ha realizzato i suoi risultati più alti proprio nella RFSJ: non soltanto nella sfera economica (con la proprietà sociale) e politica (autogestione), ma anche nei rapporti tra le nazioni (federazione jugoslava), e nei rapporti internazionali (paese non allineato).  Il socialismo ha messo le sue radici più profonde proprio da queste parti, e la maggioranza dei cittadini, dal Monte Triglav in Slovenia fino alla Gevgelia in Macedonia, ritengono che "il socialismo era meglio" del capitalismo di oggi.

La Serbia (la repubblica con due province autonome) copre una considerevole parte del territorio dell'ex-RFSJ, ed in essa in gran parte sono preservati i numerosi valori dell'ex-paese socialista, innanzitutto nella mente della popolazione. Per esempio, le previsioni americane sui vincitori nelle prime elezioni pluripartitiche nel 1990 erano decisivamente ferme sul fatto che in Serbia, Montenegro e Macedonia avrebbero vinto i comunisti, il che è effettivamente avvenuto (le Leghe comuniste di Serbia e Macedonia avevano cambiato i loro nomi poco prima delle elezioni, ma questo non fa diminuire l'esattezza della previsione americana). Queste sono le ragioni per le quali questo bastione del comunismo, chiamiamolo così, non è sfuggito all'attenzione dell'amministrazione americana. Sono già 15 anni che stanno provando ad abbatterlo. Ora, dopo che la situazione in Macedonia e Montenegro, dove le tracce del comunismo sono ugualmente molto forti, si è stabilizzata  (prima erano state messe sotto controllo Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina), costoro si sono rovesciati con tutte le forze sulla Serbia, utilizzando tutti i postulati della loro dottrina per la lotta contro il comunismo. Il Kosovo rappresenta il punto più debole nella difesa della Serbia, e loro infliggono il loro colpo principale laggiù.

In base ai loro calcoli, è in questo periodo che va portato a termine questo conflitto strategico. Perché sarebbe così importante che anche il Kosovo si disgreghi e si decontamini dall'illuminismo socialista? Perché il Kosovo, che una volta è stato il posto più arretrato d'Europa, rappresenta per molti versi il migliore esempio dell'efficacia del sistema comunista, e nella sfera dei rapporti interetnici in particolare: rappresenta tutto ciò che gli Americani non riescono a realizzare nel loro paese multietnico, sin dalla fondazione (con gli Indiani, gli Afro-americani, i sud-Americani).


L'esaurimento psicologico dei Serbi

Perché gli americani subito dopo i bombardamenti nel 1999 non proclamarono immediatamente l'indipendenza del Kosovo? Per il timore di una rivolta armata dei Serbi. Da allora, essi "ammorbidiscono" i Serbi preparandoli psicologicamente ad accettare la indipendenza di fatto. Con quella gente che ha scelto di rimanere in Kosovo, questo metodo non poteva avere successo. Quelli sono Serbi di fibra forte. Nel contempo, a Belgrado aumentano quelli che dichiarano che "il Kosovo è perduto". Scontenti per il ritmo con cui i Serbi “duri” abbandonano il Kosovo, gli Americani hanno spronato gli Albanesi nel marzo 2004 perché spingessero i Serbi alla fuga, ma di nuovo senza successo. I Serbi hanno opposto resistenza, anche armata, in certe occasioni. Loro non cedono, mentre invece gli altri, oltre i confini del Kosovo, sono un po’ esausti.

La "quinta colonna", nella Serbia ed in Kosovo, aiuta gli Americani nella guerra psicologica contro i Serbi. Essa consiglia che si accetti l'indipendenza del Kosovo pacificamente. Molta gente comune è ugualmente confusa, però la maggioranza dei Serbi è ancora decisa a difendere il Kosovo. Il primo compito degli Americani sarà di spezzare questo spirito, operazione per cui la "quinta colonna" serba da tutto di se (i partiti: DS, SPO, G-17).

Spero che questi fatti bastino per capire come i Serbi dovrebbero comportarsi in questa situazione, in particolare l'esercito ed i giornalisti, la cui penna ha una rilevanza pari al fucile del militare!


I negoziati

I negoziati a Vienna equivalgono al tentativo di "mettere la nebbia dentro al sacco", cosicché si dica infine: "Ecco, come vedete, su questo noi dobbiamo decidere per voi". Si capisce, vogliono decidere che il Kosovo diventi indipendente! Una tipica furberia di guerra. Nel contempo si costituiscono e si stabilizzano il potere legislativo, esecutivo e giuridico di un nuovo Stato albanese, con la sua polizia, l'esercito, le strutture finanziarie, eccetera. Non si può dire che gli albanesi abbiano tanto interesse per i negoziati o per la loro preparazione. Ma sul territorio agiscono a tutto vapore.

La nostra squadra nei negoziati da il massimo di se, e bisogna congratularsi con loro. Tuttavia, il risultato sarà un pezzo di carta e Ahtisaari lo cestinerà non appena i negoziati finiranno. Lui ha già la decisione in tasca e la porterà a compimento. E così, loro vanno dritti ai risultati, mentre il nostro governo si intrattiene inutilmente nei negoziati, con i temi dell'accettazione nell'EU e della cattura di Mladić. Anche il premier Koštunica dovrebbe agire in maniera simile. Come prima cosa, dovrebbe dir loro che "non potranno ottenere il Kosovo al tavolo verde".



L'esperienza della lotta per la sopravvivenza dei Serbi e della Chiesa in Kosovo dal 1999 – una risorsa per una nuova strategia e tattica in Kosovo

La Serbia deve cambiare la strategia e la tattica della difesa del Kosovo, spostando il centro delle operazioni, da Belgrado e dall'estero, sul territorio: nel Kosovo, nel sud della Serbia e nelle regioni dove è collocata la maggioranza dei Serbi profughi dal Kosovo. Sono del parere che, in questa situazione grave, dobbiamo costruire la nostra strategia e tattica sull'opinione del popolo, anziché sull'opinione dei partiti politici; innanzitutto sull'opinione di quei Serbi che si trovano in Kosovo anche ora, ed hanno dimostrato quale sia la loro opinione con la pratica, nel marzo 2004, quando difendevano i loro cortili ed abitazioni anche con le armi. Ecco, questo significa "difendere il Kosovo con tutti i mezzi". Questo è il loro punto di differenza dalla posizione di Belgrado che rinuncia a priori a qualunque possibilità di lotta armata.

Belgrado non possiede una sensibilità potenzialmente diversa, nel conflitto con i sequestratori del Kosovo, a parte la retorica. Da lì parte subito il lamento: "e se ci bombardano?" Certo, sarebbe una pazzia combattere contro di loro come si faceva nel 1999. Ma ci sono tantissimi modi per infliggere sofferenze a queste, che sono grandi potenze, e di grande vulnerabilità. L'Afghanistan e l'Iraq, o l'Uragano Katrina, il confronto con i pericoli che pesavano sui loro cittadini, hanno svelato tutta l'impotenza e la disorganizzazione dello Stato più potente nel mondo. Loro sono superiori quando attaccano e infliggono dolore agli altri, però, nei casi che ho citato, sono stati sopraffatti dal terrore. La sensazione del terrore dall'11.9.2001 in poi non li ha più abbandonati. Il Presidente degli Stati Uniti non ha osato visitare il centro città di New Orleans per timore dei cecchini e delle bande armate che saccheggiavano la città deserta.

Non usare l'argomento della forza nella propria strategia politica, mentre nel mondo, oggi più che mai, tutte le liti ed i conflitti internazionali si risolvono con forza, equivale al suicidio. Questo è il segno della incapacità e sfiducia nella forza del popolo.
Questo spiega perché il nostro esercito e la determinazione del popolo nella difesa del Kosovo debbano integrarsi nella nostra strategia statale. Al presente, il Kosovo è l'unico compito dell'esercito. Soltanto che l'esercito non può difendere il Kosovo da solo.
La cura del livello morale, organizzativo e materiale dei Serbi in Kosovo, al fine di resistere al saccheggio, rappresenta il compito più importante del governo. Organi ed enti provvisori, la Chiesa e le organizzazioni non governative, sono sempre d'aiuto in queste situazioni. Bisogna da subito prendere le distanze da quelle persone che in Kosovo pensano e propagandano apertamente che, nel caso il Kosovo diventasse indipendente, si verificherà l'esodo dei Serbi rimasti! Questa è la propaganda della CIA. Al contrario, in tal caso nessun patriota lascerà il Kosovo.

Spero che i Serbi che sono fuggiti dal Kosovo nel 1999, pensando che l'opinione pubblica mondiale si sarebbe commossa e che gli Americani li avrebbero mandati indietro come hanno fatto prima con gli Albanesi, si rendano conto di questo loro grande errore. Bisogna correggerlo al più presto. Evitare di tornare per via del pericolo delle persecuzioni ed aggressioni dei balisti (pericolo che oggettivamente esiste) non è un'argomentazione sostenibile. Questa è codardia. Il pericolo esiste, eppure i Serbi in Kosovo lo sopportano - come mai? Le manifestazioni e le proteste in Serbia, in cui si esclama "Non diamo via il Kosovo", possono soltanto piacere agli Americani ed ai balisti, per dire: "Questi non sono pericolosi: fanno solo baccano."

Tutti quelli che diffondono propaganda del tipo: "il Kosovo è perduto", "salviamo la gente ed i monasteri, il territorio non importa", fanno parte della "quinta colonna" degli Stati Uniti in Serbia. La gente ed i monasteri in uno Stato albanese non possono stare al sicuro, mentre nello Stato serbo si.



L'esercito e la Chiesa

La generalizzata diminuzione dell'esercito e delle sue parti operative in particolare, il pre-pensionamento del corpo degli ufficiali (maggiori – colonnelli) con maggiore esperienza e capacità, sono in stretta correlazione con la proclamazione dell'indipendenza del Kosovo alla fine del 2006. Gli Americani temono ancora, e questo timore non è privo di fondamento, che l'esercito, nel caso di un fallimento del governo civile, non permetterà la secessione del Kosovo. Questo spiega perché privano l'esercito di quadri operativi (tutte le decisioni importanti sul nostro esercito si prendono al Pentagono, sin dai tempi in cui Boris Tadić era Ministro della Difesa), mentre l'ambasciatore americano M. Polt si comporta come se lui fosse il Ministro della Difesa.

Invece di copiare la dottrina americana, nel suo Quadro Strategico della Difesa l'esercito dovrebbe avere il Kosovo come punto fondamentale.
Credo che i vertici militari si renderanno conto di che cosa si tratta, e che non parteciperanno alla capitolazione ed al tradimento che si sta preparando.

Mentre riguardo al Kosovo l'esercito è estromesso in misura tale da perdere il collegamento con il popolo, laddove questo legame era l'elemento più importante per il suo morale e spirito combattivo, la Chiesa agisce ancora come nei secoli passati, quando il popolo nel Kosovo era in pericolo. Per tutti quei soggetti che in Serbia sono in qualche misura responsabili per la questione del Kosovo, la Chiesa rappresenta il modello di come bisogna lottare. In questo modo essa rimedia ai peccati commessi nel 1991, quando appoggiò i nazionalisti serbi diventando loro complice, nella guerra fratricida e nell'aver gettato il Kosovo nelle condizioni odierne. Almeno, loro, ora cercano di correggere l'errore commesso.



24. Maggio 2006.

Stevan Mirkovic,
Presidente del CENTRO TITO, Belgrado

(traduzione a cura di DK)