(Su questo importante libro, qui in fondo un commento di AM per il CNJ)

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Antonio Evangelista
LA TORRE DEI CRANI
Kosovo 2000-2004

Prefazione di Pino Arlacchi (ex parlamentare, creatore della DIA -
Direzione Investigativa Antimafia)
Introduzione di Antonio Manganelli (attuale Capo della Polizia)

I edizione: marzo 2007
© Copyright Editori Riuniti
di The Media Factory srl
via Pietro della Valle, 13 - 00193 Roma
www.editoririuniti.it
ISBN 10: 88-359-5901-2
ISBN 13: 978-88-359-5901-4

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Dall'ultima di copertina:

La guerra del Kosovo è stata vissuta dall'opinione pubblica italiana,
per una breve stagione, come un controverso e tragico evento di
politica internazionale. Poi è scomparsa dalle cronache. Ma dietro e
dentro quel conflitto c'è una realtà che non è scomparsa, anzi è
esplosa nella sua dimensione di conflitto etnico e di retroterra
della criminalità albanese in Italia e in Europa. L'autore di questo
libro è stato comandante della missione Unmik in Kosovo, ha diretto
le indagini sui crimini di guerra e guidato la polizia criminale.
Descrive, nelle sue pagine, i riti e le radici degli scontri etnico-
religiosi fra serbi e albanesi. Racconta l'organizzazione e le regole
non scritte dei clan.
La torre dei crani, che si trova in Serbia, vicino al confine con il
Kosovo, è il monumento vivente di un orrendo massacro di seicento
anni fa. Ma anche oggi incriminare qualcuno per un omicidio, in
quella terra disperata, è "come fare una multa per eccesso di
velocità ai piloti sulla pista di Indianapolis".

Antonio Evangelista è funzionario della Polizia di Stato e
attualmente dirige la squadra mobile di Asti. Ha partecipato, tra gli
anni 2000 e 2004, alla missione Onu Unmik in Kosovo, dapprima come
vicecomandante e poi come comandante. Si è occupato di investigazioni
sulla criminalità organizzata, intelligence, crimini di guerra,
terrorismo e mafia kosovara.

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Indice

7 Prefazione. Le lezioni del Kosovo
di Pino Arlacchi

La torre dei crani

15 Introduzione di Antonio Manganelli
21 Prologo

PARTE PRIMA

23 Kosovo Polie: la valle dei corvi
Il regno di Serbia, p. 26 - La Risoluzione Onu 1244, p. 29 - Il Kanun
nella tradizione, p. 31 - La famiglia, p. 35 - Il Fis, p. 36 - La
donna in Kosovo, p. 40 - La parola data: il sequestro di Shaban
Manaj, p. 42 - La vendetta: hakmarrje/gjakmarrje, p. 44.

PARTE SECONDA

49 Crimine organizzato albanese
Criminali albanesi-kosovari crescono, p. 50 - Fattori criminogeni, p.
51 - L’arruolamento, p. 54 - Struttura organizzativa della mafia
albanese, p. 56 - Operazioni e attività: Stati Uniti, p. 58 -
Operazioni e attività: Italia, p. 63 - Banditi kosovari: mafiosi
vecchio stampo, p. 68 - Attività criminali in Kosovo, p. 69 - Il
traffico degli esseri umani, p. 89 - Il falso passaporto: il Dominion
di Melchizedek, p. 93 - La vittima del traffico di esseri umani, p.
95 - Collegamenti del crimine kosovaro-albanese, p. 97 - Estradizione
e transferring, p. 100.

PARTE TERZA
103 Terrorismo e terroristi
16 settembre 1982: Sabra e Shatila, p. 105 - Terrorismo mediorientale
e martiri, p. 107 - L’attentato suicida, p. 109 - Kosovo 17 marzo
2004: la notte dei cristalli, p. 111 - Disordini a Gjakovica: un
italiano è ferito, p. 114 - Pristina e i roghi di Ulpiana e
Caglavica, p. 115 - L’imboscata, p. 116 - Ushtria Clirimtare e
Kosovës (Uck), p. 117 - Armate Kombetare Shqipetare (Aksh), p. 120.

PARTE QUARTA

123 L’islam balcanico
Bill Clinton boulevard, p. 123 - L’islam balcanico, p. 126 - Le
attività degli estremisti islamici nei Balcani, p. 128 - La
prospettiva operativa di governi e organizzazioni islamiche, p. 130 -
Perchè usare una Ngo come copertura, p. 130 - Identificare le Ngo
illegittime, p. 131 - Balcani-Kosovo: un ponte per l’islam, p. 132 -
Ex premier: "il governo si basa su strutture mafiose...", p. 134.

137 Note

APPENDICE

145 Indice degli acronimi
147 Riferimenti bibliografici
151 Indice dei nomi
155 Ringraziamenti

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Prefazione

Le lezioni del Kosovo

Il Kosovo è dal 1999 un protettorato delle Nazioni Unite, nonché una
provincia della Serbia sede di qualche miniera, di splendidi
monasteri medievali e di molti miti. La provincia è abitata in
prevalenza da albanesi di religione islamica, discriminati per molti
anni dal governo serbo e in cerca dell’indipendenza completa da
Belgrado. Il Kosovo contiene luoghi e monumenti che fanno parte
dell’identità nazionale dei serbi ma è anche un luogo dalle mille
contraddizioni, che fanno venire in mente il detto di Winston
Churchill che i Balcani producono più storia di quanta ne riescano a
consumare.
Come altrimenti considerare l’incredibile accumulo di grande storia
in un territorio che ha la stessa popolazione della Calabria (2
milioni di abitanti) ed è di un terzo più piccolo, ma che richiede un
seminario di scienza storico-sociale comparata solo per impadronirsi
dei termini elementari dei suoi problemi?
Nella "pianura dei corvi" si sono combattute nei secoli guerre di
ogni genere: di religione e di nazionalità, di conquista e di
liberazione, criminali e tecnologiche, etniche e politiche, tra Nord
e Sud, tra Est e Ovest, nonché svariate combinazioni tra di esse. E
di volta in volta gli aggressori sono diventati aggrediti, le vittime
si sono tramutate in carnefici, e viceversa, in un tragico gioco di
dominio e di risentimenti.
L’ultimo conflitto è del 1999. La NATO ha usato la forza per
obbligare il regime semi-autoritario di Milosevic a cessare la
sanguinosa persecuzione degli albanesi del Kosovo. Ma la guerra ha
prodotto più danni di quelli preesistenti, e ha generato le
condizioni di un nuovo turno di persecuzione, meno violenta di quella
precedente, e a parti invertite: è la maggioranza albanese che adesso
discrimina la minoranza serba.
Il risultato finale delle disgrazie kosovare, tuttavia, non è il caos
né l’avvento di un regno dell’insostenibilità e dell’assurdo. Non è
vero che non esistano ragionevoli vie d’uscita dal groviglio delle
crisi che tormentano il Kosovo. Basterebbe recepire, per individuare
un itinerario di soluzione, anche solo un paio delle lezioni che la
sua Odissea ha impartito a tutti noi. Questo itinerario è faticoso
quanto si vuole, ma interamente commisurato alle possibilità locali e
alle risorse dell’Unione Europea.
La prima e la più importante delle lezioni è che le guerre non
servono a niente. Anche quelle umanitarie e apparentemente
disinteressate come lo scontro tra i paesi Nato e il regime iugoslavo
nel 1999. La guerra del Kosovo è stata, infatti, un facile successo
militare e un completo fallimento politico. Tutte le guerre riservano
sorprese, e finiscono in modo diverso da quanto previsto e voluto
all’inizio, ma qui è stata la guerra in se stessa a costituire un
errore di valutazione politica madornale, del quale si stanno ancora
scontando le conseguenze.
I leader politici occidentali che l’hanno iniziata hanno dichiarato
di combatterla per il bene delle popolazioni locali. Ma queste sono
uscite dal conflitto in condizioni certamente peggiori di prima.
All’inizio della campagna di bombardamenti, i governi Nato hanno
detto di averli decisi per salvare delle vite umane da un progetto di
pulizia etnica in atto. Prima del 24 marzo 1999, le vittime della
guerra civile tra il Fronte di Liberazione del Kosovo (Kla) e le
forze ufficiali e paramilitari serbe erano state circa 3mila, e non
c’era evidenza di un piano di sterminio di massa da parte del governo
di Belgrado. Durante le 11 settimane di bombardamenti sono state
uccise nella provincia oltre 10mila persone. Le vittime sono state in
gran parte civili albanesi assassinati dalle formazioni irregolari e
dall’esercito serbo, ma anche serbi colpiti e messi in fuga per
vendetta. Il tentativo di pulizia etnica, quindi, se c’è stato, è
stato un effetto perverso della guerra e non una sua causa.
Un altro obiettivo della Nato era quello di prevenire lo sradicamento
forzato degli albanesi kosovari. All’inizio delle operazioni belliche
si stimavano in 230mila i kosovari che avevano abbandonato le loro
case. Alla fine della guerra, gli sradicati erano un milione e
quattrocentomila. Di questi, 840mila erano scappati verso i campi
profughi della Macedonia e dell’Albania. Non sappiamo oggi, e forse
non sapremo mai, quanti di questi rifugiati sono scappati per evitare
la furia assassina di Milosevic e quanti per timore delle bombe Nato.
In ogni caso, il capo della missione Onu nel Kosovo, Kouchner, ha
stimato che tra i kosovari in fuga c’erano anche 130mila serbi.
Quello che sappiamo con ragionevole certezza è che esisteva una
alternativa concreta alla guerra: il personale dell’Osce
(l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa)
dislocato nel Kosovo a protezione degli albanesi dopo il cessate il
fuoco tra i serbi e il Kla dell’ottobre 1998, e che poteva essere
impiegato per guadagnare il tempo necessario per una soluzione
pacifica del conflitto, e cioè per cambiare la leadership di Belgrado.
Questo cambiamento non era affatto impossibile. Milosevic non era
inespugnabile. Non era affatto popolare tra i serbi. Non controllava
in modo totalitario il paese, e le dimostrazioni del 1996-’97 lo
avevano quasi fatto cadere. Gli osservatori Osce non sarebbero forse
riusciti a impedire tutte le violenze, ma avrebbero sicuramente
ridotto gli attacchi ai civili e avrebbero evitato il successivo
disastro.
Dirigevo in quegli anni l’Ufficio Onu di Vienna, ed eravamo in
continuo contatto con il quartier generale dell’Osce, collocato nella
stessa città. Ricordo bene che l’opinione più diffusa in ogni rango
dell’Osce e dell’Onu era che il rafforzamento del contingente
internazionale già presente sul campo era l’alternativa più
praticabile alla guerra. Anche altri osservatori, come l’ex-
ambasciatore canadese in Iugoslavia, James Bisset, hanno dichiarato
che la Nato aveva combattuto in Kosovo una guerra "ingiusta e non
necessaria" e che il distaccamento del personale Osce poteva essere
la soluzione in grado di risparmiare le sofferenze umane e i costi
immensi della guerra.
Ma la Nato decise diversamente. Dopo avere convocato le parti nel
castello di Rambouillet, in Francia, nel febbraio-marzo 1999, la
signora Albright, Segretario di Stato americano, presentò loro un
piano di autonomia politica del Kosovo che prevedeva di tenere un
referendum dopo tre anni per decidere lo status finale della
provincia. Dopo il rifiuto dei serbi, iniziarono i bombardamenti.
La guerra terminò con un paradosso. Furono imposte a Milosevic
condizioni per alcuni versi più favorevoli di quelle proposte a
Rambouillet, tra cui la cessione dell’autorità sul Kosovo alle
Nazioni Unite, dove è presente con potere di veto la Russia, che è il
maggiore alleato internazionale della Serbia. Il centro del paradosso
fu che la guerra era stata combattuta dagli albanesi kosovari per
conquistare l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, e dai serbi per
mantenere il Kosovo parte della Iugoslavia. La conclusione fu che la
Nato era intervenuta in una guerra civile a sostegno della parte che
poi aveva vinto, per abbracciare in seguito la causa della parte
perdente sulla questione che aveva dato origine alla guerra. Il
Kosovo, infatti, secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di
Sicurezza, è rimasto parte della Serbia. Il fallimento politico fu
perciò senza attenuanti: non erano state salvate vite umane, le
infrastrutture economiche essenziali della Serbia erano stata semi-
distrutte, e il Kosovo era rimasto giuridicamente dov’era prima. La
Nato, infatti, si era attivamente opposta alla sua separazione dalla
Serbia. La guerra non terminò neppure con una vera e propria
dichiarazione di resa, ma con una complessa serie di negoziati
durante i quali Russia e Serbia si adoperarono per strappare non
poche concessioni.
Ma la guerra del Kosovo ha avuto anche un altro aspetto. È stata
presentata come una guerra "giusta" che doveva dare inizio a una
nuova era, quella dell’intervento umanitario attivo e se possibile
preventivo, basato su due pilastri concettuali: l’uso della forza in
nome di valori universali invece che per conto dei ristretti
interessi nazionali che avevano fatto scontrare in passato gli Stati
sovrani, e (sempre in nome degli stessi valori universali)
l’intervento militare negli affari interni degli Stati invece della
solita opposizione alle violazioni dell’integrità territoriale, come
nella guerra del Golfo del 1991.
Il primo di questi concetti è stato applicato in modo incoerente.
Avendo deciso di non mettere a rischio l’incolumità del proprio
personale militare, la campagna del Kosovo fu sostanzialmente una
guerra aerea, fatta di bombardamenti ad alta quota. Nessuno si è
accorto, perciò, che lo scopo della guerra era quello di proteggere
gli albanesi del Kosovo.
Il secondo pilastro della dottrina dell’intervento umanitario era
apertamente illegale dal punto di vista delle fondamenta del diritto
internazionale e degli standard riconosciuti di condotta nelle
relazioni tra Stati. Un paese o un gruppo di paesi non possono
interferire negli affari interni di un altro paese. E tantomeno con
la forza. Se ciò avviene, sono le basi stesse dell’ordine
internazionale che vengono compromesse.
Ma se questa regola è inviolabile, non ci sono più limiti alle
trasgressioni dei diritti umani compiute dai tiranni o da gruppi
delinquenziali entro i confini dei loro Stati. È per questo che la
coscienza universale non si è ribellata quando la comunità
internazionale ha deciso di intervenire per fermare genocidi e
massacri in corso in luoghi come la Somalia, Haiti, il Congo o il
Rwanda. In questi luoghi, però, non si era bombardato da alta quota,
e neppure da bassa. Si erano svolti interventi che rientravano negli
schemi delle operazioni di mantenimento della pace più che in quelli
delle guerre.
L’intervento ispirato dalla protezione dei diritti umani non può
essere attuato con modalità che contraddicono il suo mandato. Deve
essere legittimato da una autorità globale – il Consiglio di
Sicurezza o l’Assemblea delle Nazioni Unite – e non deve lasciare
dubbi sulle sue matrici umanitarie. Il rispetto delle Convenzioni
Internazionali sulla condotta delle guerre, l’uso delle armi e il
risparmio dei civili deve essere più che scrupoloso.
Entrambe queste condizioni sono state violate dalla Nato in occasione
della guerra del Kosovo. La Nato ha agito senza autorizzazione del
Consiglio di Sicurezza. Ciò implica che essa si è arrogata il diritto
di scegliere se obbedire o no alle leggi internazionali, creando un
precedente in base al quale qualunque associazione regionale può
attribuirsi le prerogative delle Nazioni Unite in materia di
salvaguardia dei diritti umani, e intervenire militarmente contro la
violazione dei diritti di una etnia presente in qualunque parte del
pianeta. La Russia, per esempio, potrebbe intervenire in Ucraina,
attraverso il Cis (Commonwealth of Indipendent States), se ad un
certo punto ritenesse che i russi ivi residenti fossero maltrattati.
E la Cina potrebbe fare lo stesso in diversi paesi asiatici dove sono
presenti comunità di immigrati cinesi tramite una delle
organizzazioni di cui fa parte o su cui ha influenza.
La Nato in Kosovo, inoltre, ha violato l’articolo 14 del Protocollo
del 1977 della Convenzione di Ginevra del 1949 che proibisce gli
attacchi contro "obiettivi indispensabili alla sopravvivenza della
popolazione". Una guerra "giusta" si fa risparmiando prima di tutto i
non combattenti. È vero che la Nato ha impiegato una certa cura
nell’evitare gli attacchi diretti alla popolazione serba, nel senso
che non sono state bombardate abitazioni private e luoghi frequentati
dalla gente. Ma ha compiuto vaste distruzioni di infrastrutture
essenziali, inclusi gli impianti dell’acqua e dell’elettricità, che
hanno provocato grandi danni e disagi alla popolazione civile. Le
distruzioni della guerra sono state stimate ammontare a circa 30
miliardi di dollari del 1999, pari a una volta e mezza il Pil della
Serbia e del Montenegro dello stesso anno. La Nato ha perciò punito
invece di aiutare la seconda vittima innocente, dopo gli albanesi del
Kosovo, della brutalità di Milosevic, e cioè la popolazione civile
serba.
La seconda grande lezione della guerra del Kosovo è che non ci sono
più scontri ineluttabili di culture, etnie e civiltà, se non nelle
interpretazioni dei loro fautori. Le motivazioni e i comportamenti
reali dei protagonisti di questi scontri sono molto distanti da
quelli attribuiti loro dalla politica, dalla diplomazia e dal
circuito dell’informazione internazionali. Il Kosovo non è una
provincia di odi etnici secolari e di fanatismo religioso. E il resto
dei Balcani non è diverso.
La lettura della testimonianza di Antonio Evangelista è altamente
istruttiva al riguardo. Si tratta di uno dei pochissimi documenti sul
Kosovo che parte da fatti vissuti in prima persona, e da informazioni
raccolte da una posizione esterna, neutrale, come può essere quella
di un funzionario di polizia che opera nel contesto di una missione
di pace. La sua valutazione del problema principale del Kosovo
attuale è netta. Non esiste in questo territorio alcuna reale
conflittualità di tipo religioso, e neppure di tipo etnico. La
cosiddetta minaccia terroristica è enormemente inflazionata, perchè
la religione islamica non è parte decisiva dell’identità e dei valori
degli albanesi del Kosovo. La versione dell’islam qui diffusa è molto
blanda, incapace perciò di generare fanatismo ed estremismo politico.
Secondo Evangelista, questa identità si fonda molto di più
sull’eredità di una società pastorale basata sul clan e sul diritto
primordiale del Kanun, il codice civile e penale del popolo delle
montagne, vivo e attuale, anche nei suoi tragici risvolti, nel Kosovo
di questi tempi.
Le chiese e i monasteri ortodossi bruciati durante i disordini del
2004 in Kosovo non erano i simboli di una irriducibile alterità
religiosa, ma quelli del potere e della cultura serbi. E i disordini
stessi sono stati tutt’altro che una spontanea eruzione di
malcontento popolare contro l’amministrazione Onu, il governo serbo e
i ritardi del processo di autodeterminazione. La preordinazione e la
regia delle manifestazioni da parte di un centro di potere nascosto
erano evidenti.
Secondo Evangelista, buona parte dell’attuale crisi del Kosovo si
spiega con un fatto che la comunità internazionale e l’opinione
pubblica, sia europea che americana, preferiscono ignorare: la
perdurante e profonda influenza del Kla e delle sue attività in quasi
ogni aspetto della vita del Kosovo. Troviamo anche qui l’eredità di
una guerra sbagliata.
Il Kla è stato fin dalle origini un coacervo di bande dalle origini
più disparate e di discutibile valore militare, emerse in modo quasi
improvviso sulla scena della crisi iugoslava. Sostenuti e armati
dalle forze Nato come forza di ribellione alle atrocità dell’esercito
e dei paramilitari serbi contro gli albanesi, i militanti del Kla si
sono a loro volta macchiati di crimini efferati, molti dei quali
contro cittadini albanesi sommariamente etichettati come traditori o
collaborazionisti. Vari appartenenti al Kla, inoltre, si sono trovati
e sono attualmente nel mirino delle agenzie antidroga europee come
protagonisti di primo piano della rotta balcanica dell’eroina.
Il Kla è oggi parte di un gruppo di potere politico-economico-
criminale composto da 3 mega-clan divisi in 13 sottoclan minori che
controllano le principali istituzioni, nonché l’economia e la società
kosovara. Alcuni tra i capi più noti di questi clan sono accusati
dalla Corte Penale dell’Aia sui crimini commessi nella ex-Iugoslavia,
provengono dalle fila della criminalità, e in essa sono rimasti
durante e dopo la guerra contro il regime di Belgrado.
La fusione e la quasi identificazione del Kla e dei suoi capi con la
mafia kosovaro-albanese, che è la più aggressiva formazione criminale
organizzata dell’Europa odierna, fa del problema del Kosovo una delle
più serie minacce alla sicurezza del continente. E dell’Italia in
modo particolare. L’allarme documentato che Antonio Evangelista
lancia tramite la sua testimonianza non deve passare sotto silenzio.
I diplomatici e gli uomini politici del cosiddetto "Gruppo di
Contatto" – Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Russia – che
discettano assieme all’Onu intorno al futuro assetto dei rapporti tra
il Kosovo e la comunità internazionale, non sembrano tenere conto
delle dure evidenze narrate in questo volume. La questione della
criminalità organizzata, della corruzione politica e del malgoverno
dilaganti nel Kosovo, e i loro sinistri riflessi in molti paesi
europei, non è presente nell’agenda dei negoziati. È come se
l’argomento non esistesse. È superfluo sottolineare come i cittadini
europei, e quelli italiani in prima fila, pagheranno amaramente
questa omissione nei prossimi anni, quando un possibile Kosovo
indipendente regalerà l’immunità diplomatica a molti delinquenti
arrivati ai vertici della politica locale.
Chi legge questo volume e confronta i fatti in esso esposti con gli
standard di legalità vigenti nei paesi occidentali può facilmente
intravedere i contorni di un corso di azione alternativo per la
soluzione della crisi kosovara. Se non si spezza il cerchio di potere
politico-mafioso che domina quella provincia, dalla sua indipendenza
non potrà venire nulla di diverso che l’instaurazione di uno Stato
criminale vicino al centro dell’Europa.

Pino Arlacchi
Roma, 19 gennaio 2007


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Abbiamo ricevuto e volentieri giriamo la segnalazione di questo libro
recentemente uscito, di grandissimo interesse viste tra l'altro le
funzioni istituzionali svolte dall'autore e da chi ha scritto
Prefazione ed Introduzione.
Abbiamo riportato quest'ultima integralmente: chi segue JUGOINFO può
comprendere quali, tra le opinioni espresse, dal nostro punto di
vista meritino un commento critico. Nel nostro lavoro di
documentazione continuamente argomentiamo sull'ingenuità (o peggio)
delle posizioni per la "difesa dei diritti umani" che omettono di
considerare il contesto geo-strategico e la altrettanto strategica
disinformazione ("guerra psicologica"). Stona dover leggere ancora di
"brutalità" e "sanguinosa persecuzione" cui sarebbero stati
sottoposti gli albanesi-kosovari - e con che presunzione parlarne poi
noi, che abbiamo visto Genova (luglio 2001)? - o della ipotetica
necessità di "cambiare la leadership di Belgrado" come "soluzione
pacifica del conflitto" - imponendo dall'estero un "governo amico"...
Queste posizioni pregiudiziali espresse nell'Introduzione, che
continuiamo a ritenere sbagliate, non inficiano comunque il valore di
un libro che, grazie alla serietà della documentazione e delle
testimonianze presentate, illustra bene un tema tanto scomodo da
essere raramente oggetto di discussione da parte di chi, pure,
dovrebbe occuparsene.
Sullo stesso tema segnaliamo anche "Uck: l'armata dell'ombra" di S.
Provvisionato (Gamberetti 2000).

A cura di AM per il CNJ