(italiano / castillano)

P. Handke: Hablemos, pues, de Yugoslavia

1. W. Wenders: "Difendo Peter Handke è lo scrittore del secolo"
2. P. Handke: Hablemos, pues, de Yugoslavia
3. Il Comune di Düsseldorf ritirerà i fondi per l' Heine Preis. «Lo
scrittore è filoserbo» (Corriere della Sera 3/6/06)

Su Peter Handke e la Jugoslavia si veda tutta la documentazione
raccolta al nostro sito: https://www.cnj.it/CULTURA/handke.htm


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http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=9873
"Difendo Peter Handke è lo scrittore del secolo"

di Wim Wenders

su la Repubblica del 03/06/2006

Mercoledì scorso, con un articolo intitolato «Inscenare le maldicenze
sul proprio conto», la Süddeutsche Zeitung ha preso le distanze dalla
piega che aveva preso il dibattito sul premio Heinrich Heine. Oltre
tutto, fin da martedì scorso lo stesso Peter Handke è intervenuto
personalmente sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung («Quello che non
ho detto»), e quindi giovedì sempre sulla Süddeutsche, come già una
settimana prima su Libération, con un titolo significativo: «Alla
fine non si capisce più nulla».
Per chi legga le sue argomentazioni, e più in generale chiunque sia
portato a farsi una sua idea in base alle proprie letture, e può
quindi far parte della platea dei lettori ai quali Handke si rivolge
come autore, è sconcertante - o anche ridicolo, se non fosse tanto
triste - che a un tratto chiunque si senta autorizzato a intervenire
senza sapere nulla dei precedenti, e ovviamente senza aver letto
neppure un libro di Handke. E non mi riferisco qui solo agli scritti
- sei racconti, alcuni lavori teatrali e vari articoli - dedicati in
questi ultimi quindici anni alla ex Jugoslavia, bensì in generale all
´opera di Peter Handke in quarant´anni di intenso lavoro. A
incominciare da Prima del calcio di rigore, passando per Infelicità
senza desideri, fino a Perdita dell´immagine - che per me è il libro
del secolo - il «lettore» deve aver percepito - e sicuramente ha
percepito il respiro di un grande poeta, pensatore e umanista. Di uno
che ha rifatto daccapo il percorso della nostra epoca, con coraggio e
senza compromessi. Che usa la nostra lingua in maniera nuova e
stimolante, e rifonda il mondo (e non solo il suo proprio mondo) con
i mezzi di questa lingua. Uno così non è un «fascista» (come si è
sentito dire ultimamente in Francia) e neppure «di destra». In quanto
autore, è «se stesso». Quest´onore, bisogna innanzitutto esserselo
guadagnato (Heinrich Heine era appunto «uno così»).
«Uno così» può e deve possedere un senso dell´ingiustizia diverso da
quello dei nostri politici dalla memoria corta. «Uno così» può e deve
avere un senso della giustizia incorruttibile. «Uno così» può e deve
insorgere contro le opinioni correnti, come Handke aveva fatto fin da
prima che iniziasse la guerra della Nato contro Belgrado. C´è da
chiedersi quanti di coloro che oggi lo trattano con sufficienza siano
stati a Rambouillet, e quanti si rammentino l´oggetto di quelle
trattative.
«Uno così» può e deve anche potersi comportare come gli dettano le
sue emozioni. E nessuno può seriamente biasimare Peter Handke se per
lui quella dei serbi è una questione molto personale e fortemente
sentita. O forse non è così? Forse è giusto biasimare chi ha il
coraggio di una totale franchezza e umanità, nel mondo freddo e
impersonale che è quello della politica? (E anche se così fosse, non
sarebbero comunque giustificate certe etichette e certe accuse che
rasentano il linciaggio morale). Il fatto che abbia detto una frase
di troppo (quell´infelice paragone tra i serbi e gli ebrei) lo ha
ammesso, e per iscritto, già da anni (un´ammissione apparsa anche sui
giornali tedeschi). All´epoca se ne prese atto senza alcuna replica.
Perché ora tutto questo viene tirato un´altra volta in ballo, come se
lo stesso Handke non avesse ritrattato quella frase?
Chi si accontenta di basarsi sul sentito dire, su voci o su fonti
anonime, non esita neppure un attimo a demonizzare un uomo come Peter
Handke. E sempre esaltante veder cadere un grande dall´altare nella
polvere. (Come nello sport, che pochi paesi seguono come il nostro.)
Ma il «lettore», che giudica con cognizione di causa (o meglio evita
di giudicare) non esiterà a schierarsi contro la denigrazione in
atto. Di fatto, non può che solidarizzare con il suo autore e dargli
manforte. Anche perché altrimenti «il suo leggere» ne uscirebbe
screditato.
Indubbiamente - su questo possiamo contare - sarà la storia a dire l
´ultima parola sui conflitti dell´ex Jugoslavia, da quelli secolari
ai più recenti, così come sul ruolo di Milosevic in queste vicende.
Ma se un autore insorge con veemenza in difesa dei serbi e contro la
tendenza a condannare in blocco un intero popolo, allora la Germania
in particolare dovrebbe usare estrema cautela delle sue reazioni e
argomentazioni. Mai come nel nostro caso i vicini e gli ex nemici
hanno dato prova di tanta buona volontà a fronte della passata
dominazione nazista. «Noi tedeschi» siamo stati perdonati. Fin dall
´indomani della guerra, quanta disponibilità a distinguere tra
responsabili e innocenti! E quanto ne abbiano approfittato!
Chi oggi si reca in Serbia (io ci sono stato nel marzo scorso) non
può non sentirsi profondamente sconcertato e turbato davanti al
profondo senso di disperazione per essere segnati a dito dal mondo
come «i cattivi». Anche per questo, in Germania più che altrove un
autore che insorge contro le condanne generalizzate dovrebbe essere
preso sul serio.
Ai membri della giunta comunale di Düsseldorf (che è la mia città,
ragion per cui mi sento particolarmente coinvolto) non posso che
raccomandare di diventare al più presto «lettori», e di non farsi
condizionare dai giudizi prefabbricati. La lettura è fonte di
coraggio, magari anche per dissociarsi dal voto del proprio gruppo
consiliare! Per favore, leggetelo, prima di giudicare se sia giusto
revocare a uno dei maggiori scrittori del nostro tempo una
distinzione che ha meritato - se posso dire la mia - più di chiunque
altro, precisamente a motivo del suo impegno politico.
(Anche se qualche volta può aver sbagliato nei suoi giudizi.
Anche se il suo intervento al funerale di Milosevic fosse stato un
errore. Ma può sbagliare uno che vuole solo essere un «testimone»,
perché ritiene che questo paese emarginato abbia bisogno di testimoni?)
Se Heinrich Heine avesse voce in capitolo, se potesse ancora una
volta «pensare alla Germania nella notte» (anzi, in questo caso a
Düsseldorf). Beh, non lo può più fare. Ma oserei dire che su una cosa
si può mettere la mano sul fuoco: Heine non esiterebbe un attimo a
schierarsi con il poeta coraggioso, caparbio, certo non infallibile
ma fedele alle proprie idee.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)


=== 2 ===

Source: http://www.michelcollon.info/mailinglist_sp.php

Hay que salir ahora de la visión unilateral de la guerra. Los serbios
no son los únicos culpables.

Hablemos, pues, de Yugoslavia

Peter HANDKE
LIBERATION - QUOTIDIEN, miércoles 10 de mayo de 2006
Traducido del francés para Rebelión por Beatriz Morales Bastos

/Por fin, después de más de una década de un lenguaje periodístico en un
único sentido (y sin-sentido), parece que en Francia se ha creado una
apertura en la prensa /(1)/, y quizá no sólo en Francia, para hablar de
otra manera de Yugoslavia o, simplemente, para empezar a hablar de ella.
/
Parece que se ha vuelto posible un debate, una discusión, un discurso,
una disputa fructífera, un cuestionamiento en común, unos relatos que se
responden...Antes: la nada y otra vez la nada, difamaciones en vez de un
debate, expresadas por medio de palabras exclusivamente prefabricadas,
repetidas hasta el infinito, utilizadas como arma automática.
Agrandemos, pues, esta brecha o apertura, la primavera de las palabras.
Escuchémonos, por fin, los unos a los otros en vez de gritar y de ladrar
en dos campos enemigos. Pero también, no toleremos más a los seres (?),
a los malos (¡) espíritus (?) los cuales siguen lanzando, en el mágico
problema yugoslavo, las palabras-bala como "revisionismo", "apartheid",
"Hitler", "sangrienta dictadura", etc. Dejemos de hacer todo tipo de
comparaciones y de paralelismos en lo que concierne a las guerras en
Yugoslavia. Quedémonos con los hechos que, como hechos de una guerra
civil desencadenada o, al menos, coproducida por una Europa de mala fe
o, al menos, ignorante, una vez descubiertos son bastante terribles
desde todos los lados. Dejemos de comparar a Slobodan Milosevic con
Hitler. Dejemos de compararle a él y a su mujer, Mira Markovic, con
Macbeth y su Lady , o de establecer paralelismos entre la pareja y el
dictador Ceausescu y su mujer, Elena. Y no empleemos nunca más la
expresión "campos de concentración" para los campos instalados durante
la guerra de secesión en Yugoslavia.
Es verdad : entre 1992 y 1995 sobre el terreno de las Repúblicas
yugoslavas, sobre todo en Bosnia, existieron campos intolerables. Sólo
que dejemos de relacionar automáticamente en nuestras cabeza estos
campos con los bosnio-serbios: también había campos croatas y campos
musulmanes, y los crímenes cometidos ahí, y ahí, son y serán juzgados en
el Tribunal de La Haya. Y, por último, dejemos de relacionar las
masacres (entre las cuales, en plural, las de Srebrenica en julio de
1995, en efecto, son con mucho las más abominables) con las fuerzas o
los paramilitares serbios. Finalmente, escuchemos también a los
supervivientes musulmanes de las masacres en los numerosos pueblos
serbios alrededor de Srebrenica¬ la musulmana , masacres cometidas y
repetidas durante los tres años previos a la caída de Srebrenica,
masacres dirigidas por el comandante de Srebrenica que en julio de 1995
dirigió una venganza infernal, vergüenza eterna para los responsables
bosnio-serbios de la gran matanza, y por una vez la repetida palabra
está bien utilizada, "/la mayor de Europa desde la Segunda Guerra
Mundial/"/, /añadiendo, con todo, la siguiente información: que todos
los soldados u hombres musulmanes de Srebrenica que huyeron de Bosnia a
Serbia atravesando el río Drina, la frontera entre ambos Estados, huidos
a Serbia, país entonces bajo la autoridad de Milosevic, que todos estos
soldados que llegaban a la Serbia digamos enemiga, se salvaron, ahí no
hubo matanza o masacre.
Sí., escuchemos, tras haber escuchado a "las madres de Srebrenica",
escuchemos también a las madres o a una sola madre del pueblo de
Kravica, serbio, al lado, contar la masacre de las Navidades ortodoxas
en 1992-1993, cometida por las fuerzas musulmanas de Srebrenica, una
masacre también contra mujeres y niños de Kravica (crimen único para el
que la palabra genocidio es adecuada).
Y dejemos de asociar ciegamente a los "/snipers/" [francotiradores] de
Sarajevo con los "/serbios/": la mayoría de los cascos azules franceses
asesinados en Sarajevo eran víctimas de tiradores musulmanes. Y dejemos
de relacionar el asedio (horrible, estúpido, incomprensible) de Sarajevo
exclusivamente con el ejército bosnio-serbio: en el Sarajevo de los años
1992-1995 la población serbia permanecía bloqueada por decenas de miles
en los barrios centrales como Grbavica que, a su vez, eran asediados, y
¡cómo!, por las fuerzas musulmanas. Y dejemos de atribuir las
violaciones únicamente a los serbios. Y dejemos de relacionar las
palabras unilateralmente, como el perro de Pavlov. Ampliemos la
apertura. Que la brecha no se obture nunca más con palabras podridas y
envenenadas. Queden fuera los malos espíritus. Abandonad por fin el
lenguaje. Aprendamos el arte de la pregunta, viajemos al país sonoro, en
nombre de Yugoslavia, en nombre de otra Europa. Viva la otra Europa.
Viva Yugoslavia. /Zinela Yugoslavija.
/Peter Handke es escritor y dramaturgo.

(1) Véase, entre otros, los artículos de Brigitte Salino y de Anne Weber
en /Le Monde/ del 4 de mayo, el comentario de Pierre Marcabru en /Le
Figaro/ del mismo día y el llamamiento de Christian Salmon en el
/Libération/ del 5 de mayo.

Mas (en francés ) sobre Jugoslavia : <http://www.michelcollon.info>


=== 3 ===

http://archivio.corriere.it/archivio/buildresults.jsp

Corriere della Sera

sabato, 3 giugno, 2006

Dietrofront su Handke «Il premio sarà annullato»
Wenders lo difende: «È un poeta, ragiona senza compromessi»

Il Comune di Düsseldorf ritirerà i fondi per l' Heine Preis. «Lo
scrittore è filoserbo»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO - Diventa tormento nazionale in
Germania, terreno di feroce polemica e scambi di accusa tra politici
e intellettuali, la vicenda dell' assegnazione del Premio Heinrich
Heine allo scrittore austriaco Peter Handke. Definita scandalosa e
condannata da più parti, a causa del sostegno dato da Handke alla
causa filoserba e personalmente a Slobodan Milosevic, da lui difeso e
onorato fino alla tomba, la decisione è stata presa di mira dal
Consiglio comunale di Düsseldorf, la città dove ha sede il premio,
che ha fatto sapere di volerla annullare, anche bloccando il
finanziamento dei 50 mila euro della dotazione. Una mossa senza
precedenti, che ha spinto ieri due membri della giuria letteraria a
dimettersi dall' incarico, denunciando l' ingerenza dei politici e la
«caccia alle streghe» scatenata contro Handke, definito «uno dei più
significativi autori contemporanei». Si difende lo scrittore, nell'
intervento pubblicato in questa pagina, chiarendo e in parte
aggiustando il tiro su alcune ambiguità del passato. Intervengono a
suo favore il regista Wim Wenders e la sezione tedesca del Pen Club,
l' associazione degli scrittori, che parla di «spettacolo indegno»
offerto dalle autorità di Düsseldorf, pronte a delegittimare e
diffamare una giuria di loro scelta, in nome del politicamente
corretto. Una scelta sbagliata, uno sberleffo alle vittime della
pulizia etnica nei Balcani, un riconoscimento all' avvocato dei
tiranni, il più irriducibile difensore del boia Milosevic sul cui
feretro egli ha depositato una rosa rossa e tenuto l' orazione
funebre: così era stato bollato nelle scorse settimane l' annuncio
che Handke avrebbe ricevuto il prestigiosissimo Heine Preis. Giornali
come Die Welt, premier regionali come quello del Nord Reno-Vestfalia,
Jürgen Rüttgers, leader femministe come Alice Schwarzer, perfino il
capo dei Verdi, Fritz Kuhn, avevano contestato l' assegnazione del
premio all' autore di «Un viaggio d' inverno», 1995, celebre racconto
di viaggio nella Serbia in guerra, dove, ecco una delle accuse,
taceva sulle stragi di massa, mentre descriveva la dolce e struggente
bellezza del paesaggio. Ma quando, come a un segnale convenuto, anche
i consiglieri comunali di Düsseldorf si sono adeguati all' opinione
prevalente annunciando il dietro front, l' incendio polemico è
divampato. A chi abbia davvero letto i lavori di Handke, scrive
Wenders sulla Süddeutsche Zeitung, «non solo gli scritti sull' ex
Jugoslavia degli ultimi 15 anni, ma quelli di 40 ricchissimi anni,
non sfuggirà certo che si tratta di un grande poeta, un pensatore, un
umanista anche, che ha ragionato in modo audace e senza compromessi
sul nostro tempo e ha reinventato la nostra lingua». Uno così,
continua il regista, «non è un fascista, non è di destra, né di
sinistra, ma in quanto autore è semplicemente se stesso. Questo onore
bisogna meritarlo, Heine era uno così». Wenders ricorda che lo stesso
Handke ha ritirato, scusandosi, le sue affermazioni più controverse,
come quella in cui paragonò il destino dei serbi a quello degli
ebrei. E conclude: «Se Heine potesse ancora esprimersi, se di notte
potesse riflettere sulla Germania, o su Düsseldorf, oso pensare che
starebbe dalla parte del poeta, ostinato, tenace, coraggioso, anche
se non libero da errori e sbagli». Ma il gesto più clamoroso sono le
dimissioni dalla giuria del premio della critica austriaca, Sigrid
Löffler e del docente di letteratura francese, Jean-Pierre Lefevre.
«Non vogliamo più appartenere a un collegio che non è in grado di
attenersi alla proprie decisioni» scrivono in una lettera pubblicata
dal quotidiano bavarese. Formata da 17 persone, 12 esperti più 5
rappresentanti del Comune, la giuria aveva votato per 12 a 5, quindi
con una maggioranza dei due terzi, a favore di Handke. «Nessuno -
spiegano i dimissionari - vuole minimizzare le azioni bizzarre di
Handke nella vicenda Milosevic, né condividerne le posizioni sui
Balcani. Ma le sue vedute dissenzienti non possono in alcun modo
giustificare la cieca aggressività con cui un autore viene isolato
umanamente e politicamente, ridotto al silenzio e danneggiato».

Valentino Paolo