L'offensiva del revisionismo e del neoirredentismo

1) NEGAZIONISTA! (C. Cernigoi)
2) FOIBE E CENTROSINISTRA: UNA VERGOGNA (G. Aragno)
3) STUPIDAGGINI (J. Tkalec)
4) B. e T. Bellone sul revisionismo e su Carlo Oliva a Bussoleno
5) Memoria e polpette avvelenate (M. Sarfatti)
6) La scomodità di Giacomo Scotti (D. Grubiša, Novi List, 12 marzo 2007)


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NEGAZIONISTA!

Negazionista, ecco la parola chiave. Il nuovo diavolo, il nuovo fantasma che corre l’Europa, il mondo; altro che nichilista, bolscevico, anarco-insurrezionalista: ora la reazione ha trovato un nuovo termine per criminalizzare chi non si omologa alla “vulgata di regime”.
Negazionista delle foibe, mi hanno definita (non solo me, peraltro, sono in poca, ma buona compagnia). Ma io, cosa avrei negato, alla fine dei conti?
Non ho negato che vi siano stati “infoibamenti” in Istria nel settembre 1943. No, ho semplicemente citato i documenti che dimostrano che gli “infoibati” non sono stati “migliaia” ma circa trecento e non più di cinquecento. Le fonti? Il rapporto del maresciallo Harzarich, che operò i recuperi, una lettera del federale fascista dell’Istria Bilucaglia dell’aprile 1945.
Ho “negato”, questo sì, che vi siano le prove delle efferate torture e violenze carnali che vengono attribuite ai partigiani nei confronti degli “infoibati”. Ho negato che il capo di don Tarticchio sia stato circondato da una corona di spine e che i suoi genitali gli siano stati messi in bocca, perché il rapporto del recupero della sua salma non fa parola di tutto ciò: ma non ho mai “negato” che don Tarticchio sia stato gettato in una foiba.
Non ho neppure negato che Norma Cossetto sia stata gettata in una foiba, ho solo detto che il rapporto del recupero della sua salma non parla di alcuna traccia di violenza, come quelle che vengono descritte dai libri (non ultimo quello di Frediano Sessi).
Ho negato, questo sì, che i racconti di Udovisi e Radeticchio, che sostengono di essere sopravvissuti alla foiba, siano attendibili: anche perché ambedue descrivono la stessa vicenda, praticamente con le stesse parole, però Udovisi racconta di avere salvato Radeticchio, mentre Radeticchio dichiara che Udovisi è morto nella foiba. Ho negato che siano attendibili: mi si dimostri il contrario e tornerò sulle mie opinioni.
Ho negato che a Basovizza siano state “infoibate” centinaia o migliaia di persone: l’ho negato perché dai documenti (fonte militare angloamericana e archivio del Comune di Trieste) risulta che la foiba è stata più volte svuotata, però negli archivi dei cimiteri cittadini non c’è traccia di questi recuperi e delle relative inumazioni. Ho posto dei dubbi, ho chiesto che si esplorasse il pozzo: nessuno lo vuole fare perché le cose devono restare così come sono, non c’è posto per le obiezioni.
Allora si dice che io non rispetto i morti, solo perché sostengo (prove alla mano) che non sono morte tante persone come si dice. Perché ho trovato che negli elenchi degli “infoibati” sono stati inseriti anche caduti partigiani o persone che proprio non erano morte, indipendentemente dal ruolo che avevano ricoperto sotto il nazifascismo. Marco Pirina, che ha inserito tra gli “infoibati” tanti vivi eo tanti martiri della Resistenza, o il compianto Gaetano La Perna, che ha indicato come “ucciso dagli jugoslavi” anche il questore di Fiume Palatucci, morto in un lager nazista, loro li rispettano i morti, invece? 
Ma io sono “negazionista” perché mi permetto di dire che sulla questione delle foibe sono state dette tante falsità e che queste falsità sono diventate una “leggenda metropolitana”, un “mito”, che viene usato a scopo anticomunista, antipartigiano e soprattutto in funzione razzista contro i popoli della ex Jugoslavia, soprattutto Sloveni e Croati.
E dato che dico questo, mi si vuole impedire di parlare, attribuendomi affermazioni che non ho fatto e stravolgendo le cose che ho detto.
“Calunniare, insudiciare, ammazzare sono i metodi del fascismo”, ha scritto il cattolico Robert Merle. Spero caldamente che non siamo ancora arrivati al fascismo completo, perché i primi due metodi li stiamo vivendo del tutto, in questi giorni del “ricordo” di febbraio 2007.
Ma, come diceva a suo tempo un alto funzionario dello Stato, c’è un’unica cosa da fare: Resistere, Resistere, Resistere.

Claudia Cernigoi (Trieste)
9 febbraio 2007


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From:   Giuseppe Aragno
Subject: Foibe e centrosinistra: una vergogna.
Date: February 10, 2007 11:21:40 PM GMT+01:00
To:   jugocoord 

Poche parole, perché si sappia. Il fatto si commenta da solo.
L'amministrazione comunale di Napoli, nella persona dell'assessore all'Educazione, Giuseppe Gambale, in occasione del giorno della "memoria" per le foibe, ha organizzato una manifestazione annunciata alla stampa, cui ha invitato studenti, docenti e rappresentanti dei profughi istriani.
Presentando i relatori, l'assessore ha comunicato l'assenza della sindaca Rosa Russo Iervolino, ed ha poi dato la parola a Francesco Soverina, dell'Istituto Campano per la Storia della Resistenza, che  ha posto l'accento sulle gravissime responsabilità del fascismo nella tragedia istriana. Dopo l'intervento del prof. Soverina, il presidente della locale sezione dell'Anpi, Antonio Amoretti, combattente delle Quattro Giornate, ha chiesto di leggere un documento ufficiale dell'associazione che esprimeva solidarietà per i profughi, ma anche ferma condanna del sempre più evidente uso politico di una drammatica vicenda storica. Aveva appena iniziato a leggere, quando alcuni rappresentanti dei profughi hanno inscenato una inspiegabile protesta, minacciando di andarsene: ciò che chiedevano era un'acritica condanna della resistenza jugoslava. L'assessore Gambale, che si era nel frattempo allontanato, e che non aveva ascoltato nemmeno una parola del comunicato, è tornato al suo posto, ha arbitrariamente tolto la parola al vecchio partigiano, strappandogli letteralmente il microfono dalle mani, e come fosse il padrone di casa, ha dichiarato arbitrariamente chiusa la manifestazione. Suo malgrado, però, ha dovuto poi lasciarmi parlare, dal momento che mi aveva invitato ufficialmente alla manifestazione. Più volte interrotto da alcuni estremisti di destra, fiancheggiati dall'assessore che interveniva di continuo per invitarmi a "non parlare di politica", ho condotto a termine il mio intervento con pacata amarezza, senza lasciarmi intimidire. Appena ho terminato, la manifestazione si è chiusa e l'assessore Gambale è andato via infuriato e senza salutare.
Napoli, medaglia d'oro al valor militare per l'eroica lotta condotta strada per strada contro gli occupanti nazisti e i loro complici fascisti, ha un'amministrazione di centrosinistra di cui fa parte la sedicente "sinistra estrema". Giuseppe Gambale è un esponente della "Margherita". Penso che basti. Vi chiedo solo di far circolare questa mia mail.

Giuseppe Aragno (Napoli)


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STUPIDAGGINI

Anche se disgustata dal clamore delle TV e dalle parole dell'attuale presidente della Repubblica Italiana sulle foibe, che hanno tanto anzi tantissimo rallegrato Fini, devo dire che gli schiamazzi oramai sono diventati noiosi, cacofonici, e si sentono tante bufale e stupidaggini che ormai non vale forse la pena di reagire. Il guaio è che i giovani non capiscono nulla di tutto ciò che è successo.  
Io sono poco convinta che l'Istria fosse un pezzo di madrepatria strappato alla Croazia o alla Slovenia o alla prima Jugoslavia: per la semplice ragione che se la popolazione delle città era italiana, le campagne - il retroterra, l'hinterland come dicono oggi - erano slave. Che la dittatura fascista abbia esarcebato il nazionalismo slavo può anche darsi, ma comunque non dovevano andar via tutti questi italiani, ne' quella era la politica del Partito Comunista jugoslavo. 
Di nuovo devo appellarmi ai libri di Fulvio Tomizza così poco ricordato e così presto dimenticato ma che secondo me fu un grande scrittore, un uomo di cuore ed uno che amò entrambe le patrie: l'Istria, nell'allora Jugoslavia, e Trieste e l'Italia. L'esodo degli italiani fu causato anche dalle nazionalizzazioni e forse da qualche durezza ed impertinenza da parte delle autorità locali (atteggiamenti che sempre furono considerati errati anche dal Partito jugoslavo); ma per lo più la causa dell'esodo fu la propaganda vaticana e democristiana, di parte italiana, che fece pressione contro la permanenza di italiani in Jugoslavia. E la gente optò e se ne andò non nel 1945, ma nel 1947 e nel 1948, quando fu chiaro che queste terre sarebbero rimaste alla Jugoslavia e che la Jugoslavia era un paese comunista. Si dovrebbe comunque chiedere agli italiani rimasti se se la sono passata tanto male. 
Non ci fu alcun "ordine di Tito", come sostiene lo storico Petacco più volte intervistato dalla TV italiana, dicendo che questo sarebbe ciò gli ha detto o scritto Milovan Djilas - che però nel 1945 aveva avuto incarichi ben più importanti che non di andare in Istria a cacciare via gli italiani... Ho visto un intervento di Missoni in una trasmissione con Magalli su RaiDue: un vero spasso. Missoni è stato annunciato come "profugo istriano" da Magalli. Allora lo ha corretto, dicendo di essere nato a Ragusa - oggi Dubrovnik - e poi di aver vissuto a Zara. Magalli non ha capito niente ed ha detto: Magalli è nato a Dubrovnik che oggi si chiama Zara... Allora ecco di nuovo Missoni a correggerlo, e cosi via per minuti interi. Comunque, in parole povere: secondo Missoni Zara avrebbe subito 54 bombardamenti e sarebbero morte sotto le bombe 4mila persone, e ancora 2mila durante la guerra, e quando lui tornò dalla prigionia inglese dopo 4 anni di guerra in Africa trovò i familiari a Trieste che gli raccontarono di tutti questi orrori e che la città dove aveva vissuto praticamente era oramai distrutta e non esisteva più. Poi ha terminato il suo discorso dicendo che "una cosa è essere liberati dagli Alleati ed un'altra dai comunisti titini". Ed allora, chi ha distrutto Zara? I comunisti titini che non avevano neanche i fucili, ma dovevano rubarli al nemico? O questi splendidi liberatori che furono gli Alleati e che con 54 bombardamenti hanno completamente distrutto la sua città? Certamente, nella confusione e nell'ignoranza, Magalli ed i giovani presenti alla trasmissione avranno capito che furono i partigiani titini a distruggere Zara con le bombe che piovevano dal cielo...
Poi, oggi uno dei tanti storici-foibologi ha detto che questa tragedia che hanno subito gli italiani in Istria e Dalmazia è uguale all'eccidio degli Armeni in Turchia nel 1915... Un altro ha detto che la tesi che questa fu la risposta della rabbia popolare ai delitti dei fascisti non regge, perchè i fascisti hanno si o no fatto qualche blanda fucilazione, mentre le bande partigiane slave avrebbero commesso delitti efferati. 
Non solo si parla di "delitti efferati" degli antifascisti, ma i partigiani sono oramai chiamati "bande partigiane", dunque essi sono semplicemente "banditi" - ed eccoci tornati dopo quasi settant'anni alla terminologia nazifascista. Gli antifascisti sarebbero banditi ed i fascisti "vittime innocenti". La cosa si commenta da se.
Ma, come dice il nostro popolo: "Što mač zasiječe - zaraste, što vatra spali - zazeleni. Što kleveta i laž nagrdi nikad se ne povrati...".
Cioè: le piaghe possono rinchiudersi e ciò che è bruciato può rinverdire, ma i danni causati dalle calunnie e dalle menzogne permangono. Cosa dire di più se non che "vae victis!" - e noi, jugoslavi, siamo i vinti, già da più di sedici anni. 

Jasna Tkalec (Zagabria)


=== 4 ===

Quello che segue è il testo di una lettera che Tamara Bellone, del nostro Coordinamento, ha inviato a Luna Nuova, periodico della Val di Susa. La lettera non è stata pubblicata. Nel frattempo, l'8 febbraio al Liceo scientifico di Bussoleno interveniva Gianni Oliva, autore di un pessimo libro sulla "questione foibe"...

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Gentile Redazione,

Alcune osservazioni in merito al giorno della memoria.
Il processo di denazistificazione, dopo la II Guerra Mondiale, si è attuato
soprattutto in Germania, dove c¹è stata una ricerca profonda, a svariati
livelli, dei significati dei vari aspetti del nazi-fascismo. Ciò purtroppo
non è avvenuto, per esempio, in Giappone, dove di recente sono stati
riabilitati alcuni criminali di guerra, né tanto meno in Italia.
Infatti in Italia è opinione della gente comune, ma anche di illustri
intellettuali, che l¹esercito italiano sia indenne da crimini: il mito degli
³Italiani brava gente² è duro a morire, e il coraggioso prof. Del Boca ha
spesso avuto grossi problemi.

Gli orrori perpetrati dagli Italiani in Jugoslavia, in Grecia, in Africa,
sono stati quasi del tutto rimossi. Eppure, anche se non eseguiti con rigore
teutonico, essi furono agghiaccianti: torture, rappresaglie sui civili,
fucilazioni in massa: le coste dalmate sono piene di lapidi di cittadini
jugoslavi fucilati dall¹esercito italiano; numerosi furono poi i campi di
concentramento per cittadini jugoslavi, da quello famigerato di Rab (Arbe),
dove morirono decine di migliaia di esseri umani, tra cui persino neonati,
di fame, sete, freddo, sporcizia. Forse non tutti sanno che numerosi furono
anche i campi di concentramento creati nell¹Albania, allora facente parte
dell¹Impero, per jugoslavi, soprattutto montenegrini, e la cui memoria
purtroppo non sempre è stata custodita.
A Kragujevac, in Serbia, i Tedeschi fucilarono, nel 1941, settemila persone,
in risposta a venti Tedeschi uccisi in regolare combattimento dai partigiani
(il cambio atroce era 1:100, poi nell¹orgia della strage si passò da 2000 a
7000 esecuzioni!). Gli Italiani nelle loro malefatte non raggiunsero queste
cifre enormi, ma il significato dell¹oppressione, del razzismo, del
disprezzo della popolazione civile, in una parola della ferocia e del
terrorismo, sono uguali.
Una foto mi rimane sempre impressa: un prigioniero jugoslavo, a cui erano
addirittura stati cavati gli occhi, in piedi in mezzo a una decina di
soldati Italiani (soldati, non camicie nere!) che gli fanno le corna, a mo¹
di foto-ricordo.
È vero che molti Italiani si riscattarono, entrando nelle file della
resistenza, organizzata da Tito e dal Partito Comunista Jugoslavo: ma certe
ferite hanno stentato a rimarginarsi. Nonostante questo la rappresaglia,
alla caduta dell¹Italia nel ¹43, fu estremamente blanda: gli jugoslavi
fucilarono soprattutto carnefici e spie. Talvolta la popolazione, esasperata
da decenni di sevizie dell¹occupante, si vendicò in modo eccessivo, ma fu
spesso frenata dai partigiani jugoslavi, come testimonia il bellissimo film
di Lordan Zafranovic ³La caduta dell¹Italia², proiettato l¹anno scorso
dall¹Archivio Cinematografico della Resistenza, a Torino (ben più pesante fu
la vendetta su Tedeschi e collaborazionisti di Vichy, attuata dai partigiani
francesi, dopo la fine della guerra).
Lo stesso tipo di comportamento si verificò in Grecia: a parte torture e
fucilazioni, ricordo ancora che molti neppure sanno che i morti per fame in
Grecia, durante l¹occupazione italiana, furono trecentomila (tutto il grano
raccolto veniva requisito dall¹esercito italiano)!
Di recente ci si è scandalizzati perché il leader di un paese, che peraltro
non fece mai male agli Ebrei, sembra aver negato le dimensioni
dell¹Olocausto. Ma perché non ci si scandalizza se da noi, qui nella
civilissima Europa, si sono da sempre negati i nostri crimini, e siamo
arrivati al punto, grottesco se non fosse ignobile, di celebrare non le
vittime fatte da noi, ma in fondo i loro carnefici: perché in quelle foibe
in Istria, la maggior parte delle vittime furono fascisti regolarmente
processati e poi fucilati. Uno di loro, capo di una banda di camicie nere
d¹assalto, riuscì a scamparla per sua fortuna, e fu gettato nella caverna
per sbaglio quando era ancora vivo. Ora è diventato un eroe, e protagonista
perfino di fortunate fiction televisive! Forse si dimentica che non fu
l¹Esercito jugoslavo ad invader l¹Italia, non ci sono infatti lapidi sparse
per l¹Italia di civili uccisi per rappresaglia, non fu la Jugoslavia ad
impedire per decenni agli Italiani di parlare la propria lingua: forse manca
la consapevolezza che invadere un altro Paese è un male.
Probabilmente ci furono anche colpe, eccessi, ma l¹operazione di una
giornata della memoria delle vittime istriane come quella del 10 febbraio, è
puramente revisionista, molto più delle parole dette dal presidente
dell¹Iran, probabilmente tra l¹altro a fini politici, vista la delicata
situazione in cui si trova attualmente l¹Iran, confondendo gli Ebrei con lo
stato di Israele. Non mi pare che i tedeschi celebrino con questo nostro
spirito nazionalista, revisionista e revanchista i ben più consistenti morti
di Dresda, o i Giapponesi l¹orrore di Hiroshima.

Cordiali saluti
Tamara Bellone DITAG Politecnico di Torino


-----Messaggio originale-----
Da: Boris Bellone 
Inviato: venerdì 9 febbraio 2007 20.09
Oggetto: lettera a luna nuova

Gentile giornalista,
non ho potuto ascoltare la conferenza di Oliva per ragioni di lavoro.
Dalle prime testimonianze mi risulta abbia avuto successo.
Sono certo che Oliva avrà ampiamente parlato dei crimini italiani in Jugoslavija, in Grecia e in Africa, condannandoli ecc. ecc.
In questo modo ha potuto in seguito parlare della vicenda delle foibe, protetto dalle precedenti condanne.
Che si parli delle foibe è corretto e necessario, ma se ne può parlare ogni giorno. Non è necessario, anzi è aberrante, istituire una giornata per ricordare un episodio della guerra purtroppo difficilmente evitabile. Il parallelo poi con l'Olocausto ebraico è quasi automatico e questo è una enormità, un falso storico grottesco.
La scelta del giorno è poi una evidente provocazione rivolta, non agli italiani che non conoscono la Storia, ma ai nostri vicini jugoslavi. Infatti il 10 febbraio 1947 fu siglato l'accordo dei confini tra Italia e Jugoslavia. La scelta di questa data suggerisce infatti che l'Italia non riconosca più quegli accordi (anche perché non esiste più la Jugoslavija...).
Razzismo e nazionalismo si mescolano pericolosamente, mascherati da un viscido "buonismo" e io non casco certamente in questo tranello. Mi spiace invece per gli studenti che a 16 -18 anni possono facilmente credere che al di là del confine abitano barbari dal lungo coltello.

Boris Bellone


-----Messaggio originale-----
Da: Boris Bellone
Inviato: venerdì 9 febbraio 2007 20.08
Oggetto: grottesco revisionismo storico

Leggo oggi su luna nuova l'articolo di Paola Meinardi sulla conferenza dello storico Oliva, invitato dal liceo di Susa, per la discussa giornata del "ricordo", del 10 febbraio (ricordo che il 10 febbraio 1947 l'Italia sconfitta firmava l'accordo con la Jugoslavija sui confini, si tratta quindi di un chiaro messaggio a Slovenja e Croazia: poiché non c'è più la Jugoslavja l'accordo del 10 febbraio non è più valido, con tutto quello che può seguire, altro che condanna del fascismo, qui si cerca il conflitto).
Si molto discussa, perché a parere di persona ragionevole si tratta di una ricorrenza grottesca.
All'apparenza la "lezione di foibe", come leggo dal titolo su luna nuova, sembra più che ragionevole: la condanna del nazionalismo fascista, del terrorismo sempre fascista in Istria, le popolazioni slave oppresse, l'obbligo dell'italiano a scuola, la proibizione di parlare slavo perfino in casa, ecc, ecc, potrebbero far pensare a una critica del colonialismo italiano. Ma poi leggo sempre su luna nuova, come conferma di quello che già supponevo, che le esecuzioni di criminali fascisti (decisamente limitate) sono considerate dallo storico Oliva come manifestazione della volontà di Tito e degli jugoslavi di annettere il nord-est dell'Italia. Oliva confonde volutamente e abilmente, si fa per dire perché davanti a adolescenti, la liberazione di Trieste con presunte ambizioni di annessione. Tito, per Oliva, avrebbe dovuto aspettare che gli angloamericani liberassero Trieste.
Sembra sentire il generale Alexander scocciato perché Torino è stata liberata dai partigiani italiani! Orrore, scusate la parola forte che può turbare animi sensibili, leggo ancora: "gli infoibati così come i campi di concentramento sono figli del fascismo e della guerra che il fascismo ha voluto". Apparentemente è una affermazione bellissima. Si dichiara che il fascismo lo ha voluto. Ma allora condanniamo il fascismo, non i partigiani di Tito. Invece la conclusione è abnorme: si condannano i partigiani di Tito, il più grande movimento di liberazione dell'Europa occupata, che ha contribuito in maniera determinante anche alla nostra liberazione. Davanti all'esercito di Tito i nostri partigiani fanno decisamente tenerezza (mi permetto di dirlo perché figlio di partigiano).
Che Tito abbia rivendicato territorio non vi è dubbio, voleva anche Trieste. Ma è così disdicevole questa richiesta? Ripeto fino alla noia che gli aggressori sono stati gli italiani, non gli Jugoslavi, ma non c'è verso, non si vuole capire. Invece quando l'Austria fu sconfitta nel primo conflitto mondiale era naturale la spartizione del suo territorio?
L'Italiano non vuole capire, è una testa dura. In Jugoslavija, pardon, in Slovenja e Croazia, sono stupiti e offesi di questa giornata, anche se non più comunisti.
Penso che si possa capire, all'estero, non in Italia, qui non si capisce un bel niente.
Oliva ha fatto sicuramente una bellissima lezione di Storia, ha certamente affascinato anche l'amico Gigi Richetto, ma la scelta della data e le conclusioni sono in evidente contraddizione con quanto dice. 
Tito, insieme a Nasser e Nehru ha fondato il movimento dei paesi non allineati e ha dato una speranza al Mondo. Ridurre Tito ad un bandito assetato di territorio è un falso storico che rivela malafede. Io non stimo persone che partendo da analisi lucide, ottengono facilmente consenso ma poi manipolano questo consenso per arrivare a conclusioni abnormi e infondate.

Smrt fasizmu, sloboda narodu (morte al fascismo, libertà ai popoli)
è fuori moda, ma non seguo la moda.

Cordialmente
Boris Bellone


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Memoria e polpette avvelenate

Michele Sarfatti

La legge italiana sul 10 febbraio «Giorno del Ricordo» è una polpetta avvelenata. Il suo primo, evidente veleno risiede nel fatto stesso che, sin da queste prime righe, mi sento nella necessità di ribadire la mia condanna totale di uccisioni ed espulsioni, e di invitare a separare questa condanna da un ragionamento pacato sulla legge, su «questa» legge. Ma veniamo a quest'ultima. E iniziamo da una classificazione di ordine generale. Le leggi di rimembranza di fatti storici fortemente luttuosi si suddividono in tre grandi gruppi. Del primo fanno parte quelle dedicate a «ciò che noi abbiamo fatto agli altri». Il suo esempio più chiaro è quella tedesca per il 27 gennaio. In tal giorno la Germania odierna ricorda le stragi e i massacri sistematici che la Germania nazista compì soprattutto fuori del proprio territorio. Si tratta di una assunzione di responsabilità simbolica e progettuale, degna di un popolo adulto e di uno stato democratico, di fronte a sé stessi e agli altri popoli e stati.
È un esempio che anche l'Italia odierna potrebbe seguire, con riferimento alle uccisioni e alle stragi dell'Italia colonialista. Anche