Si è svolta martedì 22 settembre 2020 a Colfiorito di Foligno (PG), nel sito dell'ex campo di concentramento, la commemorazione del 77.mo anniversario della grande fuga dei prigionieri jugoslavi

 

All'iniziativa – annunciata con un Comunicato Stampa e da una locandina-manifesto, affissa in decine di copie sul territorio, che sono riprodotti in altra pagina di questo sito – erano presenti circa 25 persone sensibili al significato della lotta contro la dittatura e al ricordo dei perseguitati politici, venute anche dal Lazio, dalle Marche e dalla Toscana. Fra di loro Franco Palini in rappresentanza dell’ANPI provinciale e Mario Gammarota in qualità di vicepresidente del Consiglio Comunale di Foligno.

L’introduzione e l’esposizione della vicenda è stata curata dal socio Jugocoord Giovanni Simoncelli: più sotto in questa pagina riportiamo il testo del suo intervento. Sono seguiti gli interventi dell'attore Pietro Benedetti, membro del Comitato Scientifico-Artistico di Jugocoord, e di altri partecipanti.

 

In conclusione è stata deposta una corona di alloro, al suono del silenzio d’ordinanza, di fronte a due cartelloni fac-simile delle lapidi di cui la nostra associazione ha proposto l'affissione, riportanti l'una i nomi di 45 montenegrini, già reclusi e caduti combattendo nella Resistenza italiana, l’altra gli episodi più significativi accaduti nel campo, inclusa la grande fuga del 22 settembre 1943.

In questa pagina presentiamo alcune fotografie della iniziativa e, più sotto, il testo dell'intervento di Giovanni Simoncelli.

 

 

 

 

Fotografie di Roberto Cencetti, Miria e Pietro Benedetti, che ringraziamo

 


 

 

Presentazione

Oggi celebriamo il 77° anniversario della grande fuga, come atto eroico e soprattutto come simbolo della ricerca della libertà politica e culturale. Già 2 anni fa, il 22 settembre, per il 75° anniversario abbiamo proposto un convegno e una tavola rotonda che si sono protratti per tutta la giornata. Anche lo scorso anno rinnovammo la cerimonia, perché è nostro desiderio di riproporre la rievocazione ogni anno. Colfiorito è stato un grande campo di concentramento del centro Italia, per cui è importante valorizzarne la memoria e farlo assurgere a simbolo della lotta democratica e libertaria, sia come meta scolastica, che per gite sociali degli adulti e anche per viaggi mirati della storia italiana antifascista.

 

La nostra Associazione

La nostra associazione “COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA” che in sigla chiamiamo "JUGOCOORD" è una Organizzazione di utilità sociale (O.N.L.U.S.), registrata nel 2007, che si impegna intorno alle problematiche che afferiscono allo spazio geografico, culturale e politico della disciolta Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia e a diffondere i valori e gli eventi che l’hanno caratterizzata. Ritiene un proprio obbligo colmare il profondo debito di disinformazione sulle vicende jugoslave e sul nostro confine orientale. In modo particolare approfondisce le fasi delle guerre civili che, fra le ambizioni e gli interessi personali dei capi militari, fra le motivazioni economiche e le contrapposizioni ideologiche e religiose, nell’ultimo decennio del secolo scorso coinvolsero le etnie locali portando allo smembramento della Jugoslavia nelle regioni storiche e tradizionali, quando era invece uscita come Stato unitario dalla Seconda Guerra Mondiale.

Un ulteriore tema che alimenta la nostra attività è la vicenda della Guerra Popolare di Liberazione combattuta dalle formazioni partigiane sotto il comando di Josip Broz Tito (1892-1980) contro l’invasione italotedesca, alla quale aderirono anche centinaia di italiani dei reggimenti di occupazione sbandati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.  In questo quadro e in modo contestuale rientra il ricordo di quei cittadini jugoslavi deportati nella nostra Penisola e poi fuoriusciti dai campi e dalle prigioni, quando si sfaldò l’ordine statale fascista, i quali, in un ideale internazionalismo libertario, in tutte le regioni italiane, si unirono in numero consistente alle nostre unità partigiane e moltissimi caddero per la liberazione della nostra Patria. Questi nostri interessi e considerazioni ci hanno portato a mettere l’attenzione e a valorizzare la storia e il luogo del Campo di Colfiorito, che nell’elenco dei campi di concentramento italiani, che porta la data 13 ottobre 1942 e fu redatto dallo Stato Maggiore del Regio Esercito, Ufficio Prigionieri di guerra (Archivio Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, busta 840), è rubricato al n°64 PG.

 

Cenni storici

Il campo di Colfiorito venne costruito nel 1882 dal Reale Genio Civile in 9 baracche in muratura con tetti a capanna e una palazzina comando. Fu messo in attività nel 1885, dopo essere stato consegnato al Ministero della Guerra che lo utilizzò come balipèdio, cioè area per tiri ed esercitazioni militari. Fu frequentato sotto questo assetto fino al 1925, cioè per 40 anni e anche durante la Prima Guerra Mondiale, da reparti provenienti dalle caserme di Foligno, Fano, Terni e Ancona. Poi fu ripreso in amministrazione dal Demanio civile e le casermette, o meglio i "casermoni", come allora erano chiamate dalla popolazione locale, non avendo altro uso, vennero affittate a privati cittadini e utilizzate come magazzini e stalle. Nel maggio 1936 il Ministero della Guerra con una circolare decretò che in Italia bisognasse costruire dei campi di concentramento in carico al Ministero dell’Interno, ove rinchiudere i civili ritenuti pericolosi e sospetti dal punto di vista militare e politico. Questa misura di coercizione non era che un ulteriore annientamento del diritto della libertà personale di pensiero, di parola e di movimento che praticava la dittatura contro gli avversari politici e si aggiungeva agli altri strumenti repressivi già in atto, quali il domicilio coatto, l’ammonizione, il confino di polizia, il Tribunale Speciale e la schedatura della persona nel Casellario politico Centrale. Il governo fascista aveva già sperimentato i campi di concentramento nelle colonie africane: ne aveva costruiti 15 in Cirenaica tra il 1930 e il 1933 per reprimere le tribù nomadi della Libia, 1 ad Addis Abeba e 1 a Danane in Somalia, vicino a Mogadiscio.

Il poligono di tiro di Colfiorito, dopo vari sopralluoghi degli ispettori prefettizi, la disdetta dei contratti di affitto e alcune modifiche strutturali, operazioni che si protrassero nei due anni successivi, venne trasformato in un campo di concentramento per prigionieri politici civili. I primi internati furono 27 albanesi, dal mese di maggio 1939 al mese di febbraio 1940. Successivamente, a causa dell’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno dello stesso anno, dal mese di luglio 1940 al mese di aprile 1941 vi furono reclusi 176 civili italiani ritenuti pericolosi, disfattisti e ostili al governo. Molti di loro erano già perseguitati politici e provenivano da altre prigioni e da altre restrizioni, altri da anni erano segnalati come antifascisti, un quinto erano originari delle provincie orientali, cioè Fiume, Capodistria, Pola, Zara, Gorizia e Trieste. Fra di essi vi erano: Ugo Fedeli (1898-1964) che essendo giornalista e scrittore a livello nazionale del movimento anarchico, dopo la guerra venne chiamato da Adriano Olivetti a gestire come responsabile la biblioteca e il centro studi della fabbrica a Ivrea; Eugenio Musolino (1893-1989), comunista, che fu eletto alla Costituente, quindi senatore di diritto nella prima legislatura e poi eletto deputato per le due legislature seguenti; Carlo Venegoni (1902-1983), comunista, deputato per tre legislature e poi presidente nazionale dell’ANPPIA; Lelio Basso (1903-1978), socialista, che divenne segretario nazionale del Partito Socialista e fu eletto nella Costituente, nella quale partecipò alla stesura dell’articolo 3 sui diritti sociali, e palesò contrarietà all’articolo 7, sul Concordato, fu poi componente del Parlamento come deputato e senatore dal 1948 al 1978; il poeta e romanziere sloveno France Bevk (1890-1970), uno dei maggiori scrittori sloveni del secolo scorso, nato vicino a Gorizia e quindi considerato italiano, fu patriota sloveno e antifascista.

Dopo la scarcerazione degli italiani il campo restò vuoto per circa un anno, durante il quale furono fatti altri lavori e costruite altre 2 baracche, ma in legno, quando nell’ottobre 1942 vi furono relegati più di 140 prigionieri di guerra inglesi e sudafricani, 132 dei quali il mese successivo, a causa del freddo per l’inverno incipiente, furono inviati nel campo di Fara Sabina, mentre gli altri 8 rimasero trattenuti affinché si continuassero alcuni lavori di manutenzione. La gestione intanto era ritornata al Ministero della Guerra. L’occupazione italiana della Croazia, della Slovenia e del Montenegro avvenuta fin dal 1941, fu molto feroce, ricorrendo al sistema della terra bruciata attorno ai partigiani, con eliminazioni fisiche e rastrellamenti sistematici, poiché puntava al completo controllo economico e alla snazionalizzazione delle regioni slave. Si consideri che per ogni ufficiale italiano ucciso, come rappresaglia venivano fucilati 50 prigionieri civili politici, tratti dai rastrellamenti. Tale metodo repressivo necessitò che fossero costruiti dei campi di concentramento, che furono impiantati lungo il litorale adriatico: uno ad Arbe in Croazia, due in Montenegro e sei in Albania; ma ben presto furono saturati. Così dal 1942, con traghettamento dal porto di Cattaro a quello Bari, iniziarono i trasferimenti presso i campi italiani. Infatti dal mese di gennaio al mese di agosto 1943 furono portati a Colfiorito circa 1500 prigionieri civili montenegrini. Durante il mese di settembre, gli internati, essendo venuti a conoscenza della firma dell’armistizio sottoscritto il giorno 8 e avendo constatato che le ronde e le consegne si erano attutite, poiché fra  loro si conoscevano già da civili e nelle baracche si erano anche auto organizzati, riuscirono a progettare una fuga collettiva, che attuarono il giorno 22 dello stesso mese alle ore 9 di sera. Uscirono 1200 persone, mentre circa 300 rimasero, non convinte della strategia. Purtroppo dopo 15 giorni i rimasti furono imprigionati dai tedeschi che sopraggiunsero dalla valle del Chienti come occupanti, e furono tradotti nei campi di lavoro in Germania.

I fuggiaschi, invece, si rifugiarono presso famiglie italiane, altri presero la strada per Bari, altri si unirono alle bande partigiane e di questi circa 47, dei quali di 45 si conosce il nome, perirono combattendo nella nostra Resistenza.

Anche dopo la guerra il campo rimase in carico al Ministero della Difesa e per i seguenti 40 anni ritornò ad essere un poligono di esercitazioni, specialmente del reggimento di stanza a Foligno.

 

La nuova rivalutazione

Nell’ultimo decennio del secolo scorso, il passaggio di proprietà dal Demanio militare al Comune di Foligno, fece sorgere l’occasione e la necessità  dare una propria identità storica ed urbanistica alle Casermette. In quegli anni, il sindaco Manlio Marini e il successore sindaco Maurizio Salari, con l'Assessore alla cultura e alla memoria il prof. Fabio Bettoni, si prodigarono per non fare cadere nell’oblio gli eventi accaduti all’interno del Campo di Concentramento 64 PG, e per valorizzarli nel loro alto significato umano e democratico. In quegli anni, e precisamente nel 2004, con l’interessamento dell’Istituto Storico dell’Umbria Contemporanea, sono stati pubblicati due importanti lavori: “Dall’internamento alla libertà” di Olga Lucchi e “Memorie di un internato montenegrino” di Dragutin "Drago" V. Ivanovic a cura di Dino Renato Nardelli. A quegli anni risale il buon metodo educativo, attuato dall’Istituto Storico dell’Umbria Contemporanea, di accompagnare sul luogo molteplici  classi scolastiche, fino a raggiungere centinaia di presenze annuali. Da quel tempo, e precisamente dal 2001, si cominciò a pensare di dare una destinazione adeguata al complesso con la costruzione di un “Centro di documentazione sull’internamento e la deportazione”. Dopo molte aspettative e discussioni, e molti anni, nel 2018, il progetto composto dalla Professoressa Luciana Brunelli e presentato dall’Officina della Memoria di Foligno al GAL (Gruppo Azione Locale) Valle Umbra e Sibillini, è stato finanziato per €.96.000. Ora da mesi, per ragioni indecifrabili, è arenato nelle carte dell’attuale Giunta municipale, perché il Comune, proprietario del luogo, deve sviluppare la parte tecnica fattuale, e diventerà proprietario del museo.

Accanto alla memoria della parola, dei convegni e dei saggi è emersa anche la necessità di comporre la memoria materiale, pratica, visibile e pubblica, prevedendo l’apposizione di un manufatto lapideo, cioè di un cippo, o di una targa, o di un monumento. Il nostro progetto, già presentato al Comune, è di  affiggere due targhe a ricordo: in una sono descritti in italiano, in inglese e in serbo-croato i fatti accaduti ed è disegnata la piantina del campo, desunta dal diario dell’internato Drago Ivanovic; nell’altra sono scritti i nomi dei 45 ex internati che combatterono e caddero come partigiani nelle nostre terre, perché riteniamo un dovere accordare loro il dovuto onore e perché non esistono per questi eroi altre lapidi. In questo modo il luogo non solo sarebbe onorato e rivalutato artisticamente, ma acquisirebbe un valore sacrale, ponendo anche la condizione della sua conservazione edilizia e storica.

 

(elaborazione di Giovanni Simoncelli, 22 settembre 2020

Sulle vicende del campo delle Casermette di Colfiorito si veda anche la pubblicazione apparsa nella nostra collana OrientaMenti)